18 ottobre 2007

Una bella serata di musica alla Chiesa di San Martino a Quona

Sabato sera la chiesa era piena: non erano venuti per qualche funzione religiosa - si era svolta nel tardo pomeriggio - ma per un bel concerto nell’ambito del progetto “Stazioni sonore”. Nicola Vernuccio, attivo contrabbassista jazz e Claudia Tellini, voce suadente dalle ricche sfumature soul e blues, sono stati gli intrattenitori per ben più di un’ora.
Molti gli appassionati di jazz e della sua contaminazione con la musica contemporanea – operetta, musica sacra, improvvisazione e canto riproposti in chiave jazz - che erano saliti da Pontassieve - o venuti da Catelano nei pressi di Doccia o addirittura da Firenze - attraversando
il buio della campagna circostante, con poche indicazioni e il rischio di perdersi, per ascoltare e assistere a questa bella performance. Presenti anche alcuni illustri cittadini del “Popolo di Quona” fra cui spiccavano Mauro e Renza - immancabili fin dal 1996 - data della prima edizione di Pievi nella campagna - a questi appuntamenti che nel tardo pomeriggio erano stati occupati in una importante riunione del comitato per l’acqua a San Martino.
Discorrendo del più e del meno con Lorenzo - conosciuto animatore culturale dell’area fiorentina, e non solo, nonché direttore musicale di Fabbrica Europa, curatore di svariati programmi che hanno al centro la musica e il teatro e scrittore estemporaneo - mi diceva che riuscire a mettere insieme e a fare dialogare musicalmente un soprano con un contrabbasso è cosa assai difficile perché è quanto di più opposto e di innaturale si possa immaginare dal punto di vista sonoro, melodico e strumentale.
In questo caso l’esperimento è perfettamente riuscito, tanto è vero che il numeroso pubblico ha chiesto ripetutamente il bis, soddisfatto più di una volta dai due bravi musicisti: improvvisazione e canto, praticati con la semplicità del vero e la leggerezza degli artisti veri.
Un lavoro aperto, in corso, anzi un viaggio vero e proprio alla ricerca di “stazioni da interpretare” più che da visitare, da scoprire con la curiosità e la poesia di una coppia che è sembrata collaudata ed affiatata: ogni tappa e ogni itinerario un’emozione che si ripete e si reinventa.
Applausi scroscianti per ogni brano e piena soddisfazione nell’ascoltare questo itinerario composto da brani musicali dalla tradizione europea, americana, mediterranea, ispanico-araba e africana che si fondono con la contaminazione jazzistica o viceversa: alla fine una vera e propria ovazione con numerosi bis in cui i due musicisti si sono volentieri cullati.
Ma la serata non si è conclusa alla fine del concerto - con le immancabili considerazioni,
discussioni e scambio di opinioni del dopo spettacolo – ma è proseguita per un bel po’ grazie alla disponibilità della “custode” della Chiesa che ci ha accompagnato nella visita della canonica, dello studio del parroco decorato da Leto Chini e della cappella della Compagnia restaurata nel 1816 - come si legge sotto lo scudo “insieme al popolo” (una cum populum) - dal parroco Giuseppe Farulli, lo stesso che redigerà l’ultimo censimento del Granducato di Toscana nel 1841 al quale sarà dedicato un “post” specifico.
In conclusione buona musica e un percorso che ha permesso ai tanti che sono rimasti di scoprire i gioielli di una graziosa Chiesa di campagna e un po’ di storia locale.

08 ottobre 2007

La capra pestifera

Da diverso tempo nei paraggi di Trentanove si aggira una simpatica capra domestica, di un bel colore fulvo. Il suo luogo preferito di stazionamento é il Chiesino di San Giusto e come vi sia arrivata è un mistero. Fatto sta che da diversi mesi ascoltiamo il suo belare ed ora che è rimasta sola ha imparato a farci visita, soprattutto il sabato e la domenica, per cui si precipita per giocare, mangiare e accennare a qualche testata che le sue potenti corna possono rendere dannosa. L’indole è buona - domestica come si suol dire - ma quando arriva siamo ormai pronti a chiudere porte e cancelli poiché divora di tutto e sale in ogni posto! Verdure e fiori di tutti i tipi, ma gli orti sono la sua vera passione poiché germogli belli e pronti da gustare non si trovano tutti i giorni! Non si limita però a cibarsi di ciò che trova, anzi il suo esuberante repertorio la fa sconfinare dai salti sui tavoli di casa - chiedere ad Alessandra e Giuditta - sul cofano dell’auto o sull’ape rossa di Beppe; insomma è così dirompente e temeraria - un piccolo terremoto - che è difficile tenerla a bada se non con un bastone a mo’ di minaccia e, comunque, solitamente arretra di poco, giusto il tempo per focalizzare il pericolo che non c’è, per poi proseguire nella sua avanzata.
Il rapporto con gli altri animali è di duplice diffidenza anche se lei non ha paura di niente, apparentemente: i cani li guarda in maniera spavalda, con i suoi occhi marroni tendenti al rossastro, come a dirgli: prova a farmi qualche sgarbo, ti farò assaggiare le mia corna! Con i gatti c’è contatto solo visivo poiché i piccoli felini si mantengono, furbescamente, a distanza di sicurezza non offrendole mai l’occasione di trasformare lo sguardo da curioso a sfida.
Alcuni di noi hanno ben pensato di barricare gli orti - Giovanni e Renzo - per salvare il cavolo nero, le insalate, la bietolina, i pomodori e quant’altro: altri hanno chiuso il cancello per non farsi divorare le fragole o qualsiasi altra pianta o per non vedersela in casa pronta a salire sul divano!

La capra in realtà sembra soffrire di solitudine e volendo stare in compagnia si adopera in ogni modo per rendersi simpatica al mondo, non consapevole dei danni e delle paure che può procurare con le sue temibili corna, le corse trafelate e gli scarti che compie come a dire: ti ho nel mirino ma sono capace di evitarti quando voglio - se voglio! Il problema è che non sappiamo quando punta dritta su di te e ti evita davvero, pertanto non gli giriamo mai le spalle. Per neutralizzare la sua irrequietezza o si usa un bastone o si è costretti a bloccarla per le corna, con relativa spinta e scuotimento del capo.
In queste ultime giornate non si vede più - il Chiesino è tornato popolato, si percepisce ogni tanto il suo belare lontano come dire: ci sono, vengo quando mi va e quando meno ve lo aspettate!

13 settembre 2007

Acqua: un impegno di tre lustri, e passa!

L’antica zona dei popoli di Quona (San Giusto e San Martino) è un territorio rurale racchiuso a nord dal tabernacolo di Montefiesole, a est dalla dorsale di poggio Bardellone, a ovest dal quercione, un a roverella secolare e a sud dall'Arno.
Comprende numerose case coloniche adibite a residenza - circa 400 persone - delle fattorie con produzioni di qualità nonché attività agrituristica, una chiesa dove dopo il restauro sono riprese le funzioni religiose, tre cimiteri, di cui uno di campagna ormai abbandonato, agricoltura del tempo libero.
L’area è da sempre carente d’acqua poiché la presenza dell’argilla ostacola il formarsi di vene sotterranee di una certa entità; nell’opera di ricerca della vena si sono profusi diversi geologi - con risultati molto scarsi. Qualcuno ha pensato anche di rivolgersi al rabdomante - una pratica antica che si perde nella notte dei tempi - confidando nelle sue doti naturali, ma il risultato non è cambiato. La scienza e la rabdomanzia, sono arrivate alla stessa conclusione: l’acqua non c’è, e quando la si trova è così poca da essere inutile!
Questa piccola e sparsa comunità non ha tratto benefici diretti dagli oneri di urbanizzazione versati al Comune in occasione della trasformazione delle case da rurali a urbane che prima del restauro versavano in condizioni di abbandono: basta vedere lo stato della strada comunale che è piena di buche.
Oggi per l’approvvigionamento idrico vengono utilizzati pozzi e piccole sorgenti con scarsa portata che, oltre a non garantire la potabilità, non sono sufficienti al fabbisogno: nel periodo estate-autunno molte famiglie devono ricorrere a delle aziende private per riempire le cisterne o utilizzare altri mezzi di fortuna, come le taniche, per soddisfare il bisogno che la legge indica come primario, vale a dire l’uso umano (insomma per cucinare, lavarsi, tirare lo sciacquone ecc): è evidente che con il recupero di quasi tutti i fabbricati a fini abitativi il bisogno di acqua è aumentata, mentre il livello delle sorgenti e dei pozzi nella migliore delle ipotesi si è preservato costante, nella peggiore è diminuito e nonostante l’adozione di tecniche di risparmio.
Da più di quindici anni ci si è impegnati a far sì che la rete idrica fosse estesa anche alle nostre case d'altronde termina a poche centinaia di metri ma dopo tanti amministratori e tecnici che si sono succeduti nella vicenda, allo stato attuale non abbiamo un interlocutore né presso l’amministrazione comunale né presso Publiacqua, la società che gestisce il ciclo integrato delle acque.
Francamente ci sentiamo un po’ presi in giro dopo le tante promesse non mantenute, progetti redatti e presentati ma mai portati in esecuzione, finanziamenti che un giorno sembrano esserci per scomparire quello successivo: si assiste, inoltre, a una certa "volatilità" degli interlocutori istituzionali la cui partecipando alle riunioni non impedisce alla pratica di essere posta nello scaffale del dimenticatoio per rispolverarla quando si sollecitano di nuovo. Non parliamo poi di Publiacqua che risulta essere così lontana e presa da questioni ben più importanti - critica situazione finanziaria, ingresso di soci privati, aumento delle bollette e degli utili - che il nostro bisogno primario sembra per loro di infimo ordine.
Per meglio illustrare l’intera questione si ricordano le principali fasi della richiesta dell’estensione dell’acquedotto, che è passato dalla gestione del comune a quella di Publiacqua, di proprietà dei comuni e controllata dagli stessi attraverso l’ATO: cioè il controllore (i comuni) controlla il proprietario (i comuni) - insomma è un po'da ridere!

Ma ecco la cronistoria!
Nel 1991 un primo gruppo di persone richiede al Comune di Pontassieve di studiare la possibilità di ampliamento dell’acquedotto, sottolineando disponibilità al coofinanziamento dell’opera. La risposta non fu malvagia poiché l’ufficio acquedotto mise a punto un progetto di massima la cui spesa si aggirava intorno ai 350 milioni di lire.
Nel 1992 viene presentato al Sindaco un documento per chiedere un impegno formale della municipalità per la presentazione della domanda di finanziamento dell’opera attraverso fondi europei: la domanda però non viene presentata e nel frattempo si erano aggiunti ai primi richiedenti anche le famiglie di Trentanove (Quona).
Nel 1995 viene richiesto allo stesso Sindaco di prendere in considerazione il bando di un finanziamento europeo finalizzato alla realizzazione di acquedotti rurali, impegnandosi di nuovo al cofinanziamento. La domanda di non viene presentata: e due!

La speranza
Nel 1999-2000 si accendono nuovamente le speranze dei cittadini dei “popoli di Quona” poiché il nuovo Piano di sviluppo rurale prevede anche lo sviluppo degli acquedotti rurali con relativi finanziamenti in quota parte. I cittadini non stanno a guardare e si informano direttamente presso la Regione sulle possibilità di presentazione della domanda di finanziamento per l’estensione dell’acquedotto da Mezzana a San Martino (la distanza va da 1 a 2 km): scrivono anche una lettera a diversi soggetti istituzionali per informare della “situazione acqua” nella zona di S.Martino chiedendo al Comune di farsi carico della presentazione della domanda di finanziamento che questa volta viene inviata in Provincia, confermando nuovamente l'impegno al cofinanziamento dell’opera intorno a cui cresce l’interesse di tutta la comunità.

Cresce l'aspettativa
Finalmente nel 2001 il Comune risponde positivamente e a tal proposito viene presentato al Sindaco, lo stesso del 1992, un promemoria per invitarlo a esaminare la richiesta di un incontro con i dirigenti di Publiacqua in occasione del passaggio di competenze dal Comune a questa Spa nella gestione del ciclo delle acque.
Nel 2003 – evviva! - il Comune chiede a Publiacqua l’estensione della rete idrica, impegnandosi anche a partecipare al finanziamento dell’opera per soddisfare esigenze primarie di questi residenti ed aiutarli a risolvere un problema molto importante per la qualità della vita e utile anche alla valorizzazione dell’ambiente rurale.
Le cose sembrano andare per il meglio: a novembre Publiacqua redige il progetto definitivo comprensivo del capitolato d’appalto e l’opera è inserita nel Piano triennale con un impegno di 80.000 € da parte del Comune.
Sembra essere addirittura prossima la realizzazione, tanto è vero che ne parla anche La Nazione.
Nel 2004 la Provincia (tramite l'Artea) delibera che il progetto è ammissibile ma non viene finanziato per la limitatezza delle risorse disponibili: nuovo incontro con il Sindaco, lettera del Comune a Publiacqua che inserisce l’opera nel Piano Operativo Triennale 2005-2007 dichiarando di voler indire la gara d'appalto dei lavori in modo da iniziare i lavori nei primi mesi del 2005. Ci siamo! Neanche per idea, purtroppo!

La melina
Ci sono le elezioni e viene eletto un nuovo Sindaco di centro-sinistra: quindi cambiano gli amministratori ma non il colore della maggioranza e della Giunta per cui l’aspettativa è la conferma degli impegni assunti precedentemente.
Inizia una fase che dura fino ad oggi che potremmo definire “melina”, mutuandola dal gergo calcistico, sinonimo di “perdere tempo e rimpallarsi “ la responsabilità. Guardate un po’!
A ottobre del Comune riduce il suo impegno finanziario da 80000 a 30000 euro, l’opera permane nel POT di Publiacqua con un finanziamento di 100.000 al netto del contributo del comune, mentre il costo sale in maniera esponenziale per toccare quota di 445.000 euro!
Nel febbraio 2005 si svolge una riunione in comune con il Vicesindaco, l’assessore all’ambiente, due ingegneri di Publiacqua a cui vengono poste varie domande. Le risposte sembrano soddisfacenti: anche se qualcuno ha la bella pensata - veramente geniale - di accollare ai richiedenti il costo dell’intero rifacimento della strada comunale sotto la quale dovrebbe passare la rete idrica. L’incontro si conclude comunque con alcuni impegni da parte degli amministratori e di Publiacqua. Impegni che poi vengono, purtroppo, completamente disattesi.
Decidiamo di andare a Publiacqua per sollecitare una risposta in merito alla difficoltà di reperire fondi per estendere l’acquedotto pubblico ma incocciamo nella stasi della società che è in attesa di conoscere il nuovo socio che dovrebbe portare nuovi capitali.
In aprile al nuovo assessore all’ambiente viene consegnato il progetto e ci informa che Fiorentinagas potrebbe partecipare all’intervento metanizzando la zona. Si accendono nuove speranze poiché in un colpo solo avremmo acqua e gas; con i costi attuali del gpl: sarebbe veramente una gran cosa!
A luglio ci si vede di nuovo con il comune che sembra confermare gli impegni e a redigere la lista degli interessati all’acquedotto: in realtà la lista la prepariamo noi e la consegniamo in ottobre. Il Comune che si impegna a fare i ripristini stradali.
Arriviamo al dicembre 2006 e visto il silenzio tombale viene inviata l’ennesima lettera in cui si ricorda alla nostra amministrazione e a Publiacqua gli impegni presi e si sottolinea la vicinanza del termine di scadenza del POT, con il rischio di perdere la progettazione dell’acquedotto se questo non verrà riconfermato nel piano triennale.
Richiediamo una risposta a breve in modo da poter prendere le decisioni conseguenti dato l’aggravarsi del problema idrico.
Negli stessi giorni chiediamo un appuntamento al Sindaco per illustrare la situazione dato il silenzio sia di Publiacqua che dell’Amministrazione Comunale e soprattutto per capire chi si interessa attualmente di seguire l’iter della nostra domanda.
L’appuntamento fissato per la fine di gennaio 2007 viene disdetto il giorno prima per l’assenza del primo cittadino: la segretaria ci fa presente tra l’altro che la materia non riguarda il Sindaco ma l’assessore preposto: il problema è che non si riesce a capire chi è “il preposto”!
Perse le tracce di Comune e Publiacqua, non sappiamo chi si interessa del problema, decidiamo pertanto di rivolgerci al Difensore Civico per vedere “l’effetto che fa”!
Alla prossima puntata

21 agosto 2006

Diario di un capriolo sentimentale. Prima parte (Video)

Non sapevo di chiamarmi Martino perché solitamente fra noi caprioli non ci si chiama per nome bensì ci si riconosce dalla tonalità di un verso che assomiglia molto al latrato di un cane. Una perfida volpe, o un cane che gli assomigliava molto, quando ero appena nato mi ha trascinato via dal mio nascondiglio, sbattendomi sui sassi e lasciandomi in mezzo di strada ferito alla testa - la mia vera mamma non mi ha più trovato. Per fortuna era una via di campagna, poco trafficata, dove sono rimasto disteso senza forze per non so quanto tempo; stavo perdendo conoscenza poiché le mosche carnarie, veramente fameliche, mi assalivano a più non posso sulle ferite, coprendomi di larve e infilandosi perfino dentro i miei lunghi orecchi, i miei radar! E’ arrivata però una scatola di latta con quattro strane gambe che marciava in modo buffo; ne è scesa un’umana che camminava su due gambe - che strano modo di tenersi in piedi – con dei peli lunghi e ricci sulla testa, mi ha sventagliato a più non posso per cacciare gli insetti e mi ha fatto salire sulla scatola di latta, accanto a lei. Il mio primo viaggio in automobile è durato veramente poco poiché la casa era molto vicina, ma a quel viaggio ne seguiranno molti altri che vi racconterò! L’umana con quegli strani peli mi ha chiamato Martino e anch’io le ho dato un nome: l’ho chiamata Ma, poiché un nome più lungo e complicato non saprei dirlo! Sono quindi un piccolo capriolo che Ma ha trovato con ancora il cordone ombelicale attaccato; avevo due giorni di vita, pesavo poco più di un chilo, gambe lunghissime e fragili - non mi reggevo in piedi ed ero molto debole. Ero più morto che vivo, e quando Ma si è avvicinata per togliermi dalla strada pensando che fossi morto, con le ultime forze rimaste ho avuto la forza di aprire gli occhi per chiedere aiuto. Una volta arrivato a quella che sarà la mia “tana” Ma mi ha fatto ingurgitare subito un po’ di latte con contorno di abbondanti coccole. Ho potuto quindi fare la conoscenza di altri due esseri viventi non umani che vivono nella stessa “tana” e mi subito hanno annusato da capo a piedi: Gugo e Silvestro. Sono due gatti veramente molto belli, simpatici e cordiali che però all’inizio hanno pensato e si sono detti – me lo hanno raccontato dopo: ”ecco un intruso che ci ridurrà le attenzioni dei due nostri umani”. Gugo è a pelo lungo di colore grigio ed ha un andamento maestoso, consapevole della sua bellezza e della sua forza, ma anche della sua bontà – fa sempre le fusa. Quando esce dalla porta si erge con tutta la sua mole e tiene alta come una pertica la sua grossa coda e sembra dire eccomi!, sono qua!, sono io!, ammiratemi! Basta avvicinarsi ad un metro perché lui inizi ad emettere uno strano suono soffuso – ron, ron – aspettando la solita carezza che immancabilmente arriva. Miagola anche tanto!
Silvestro, a cui ho rubato subito l’ abituale coperta dove solitamente va a riposare per ore dopo notti passate a cacciare topi, lucertole, uccelli, orbettini e bisce, è a pelo lungo, tutto nero sopra e bianco sotto, con una bella maschera sul viso; sembra il gatto mascherato, pare portare dei calzini con altezze diverse ed è dolce e pestifero nello stesso tempo,. E’ un cacciatore impenitente, si arrabbia per un non nulla, ma fa molto teatro, in realtà è molto dolce e protettivo, soprattutto quando andiamo a fare le passeggiate. Una volta l’ho sentito arrabbiatissimo poiché aveva visto in una scatola nera a colori un gatto simile a lui che veniva chiamato Silvestro, con la differenza che aveva il naso rosso, la punta della coda bianca e la lisca. Ma non è questo il motivo della sua arrabbiatura, bensì perché questo gatto della scatola nera si faceva sempre fregare da un uccelletto giallo, niente di che - veramente antipatico - mi sembra si chiamasse Titti. Gugo e Silvestro, quello mio, sono venuti ad annusarmi più volte, come per esplorare se potevo essere un amico o peggio un nemico – non mi hanno mai soffiato e non hanno mai tirato fuori i loro temibili artigli per i miei occhi. Diciamo che per lunghi giorni mi hanno osservato per capire di che pasta ero fatto; anch’io li ho guardati spesso cercando un contatto con loro e mi sono fatto qualche timida annusatina dentro il loro pelo perché io stesso devo potermi fidare di loro.
Nonostante il latte bevuto, che proprio non mi andava giù, non stavo bene pertanto Ma mi ha rimesso nuovamente nella scatola di latta, dentro la gabbia dei gatti, per portarmi da un medico per gli esseri viventi diversi dagli umani: ho saputo dopo che questo signore vestito di verde è un veterinario che io chiamo Dado: in questo caso il nome lo so dire poiché è piuttosto breve, mentre quello di Ma è pieno di "ci" e da queste parti con questa lettera hanno qualche problema di pronuncia, a volte se la mangiano proprio come non esistesse; altre volte è come se fosse "sci". Il veterinario mi ha trovato pieno di larve, come ho già detto, mi ha accarezzato molto, mi chiamava anche lui Martino, ma dopo un po’ di carezze e pulizie varie mi ha bucato la schiena ed io mi sentito mi sono agitato parecchio. D’altronde nel libero mondo dei caprioli e della foresta genere, tutto questo non esiste e vige la legge di natura: punture, flebo, vitamine neanche a parlarne. Ma lì ho saputo una cosa meravigliosa: anche Dado ha un cucciolo di capriolo, Martina, che ha promesso di farmi conoscere quando saremo un po’ più grandi: non vedo l’ora, e mi vengono strani pensieri e sogno ad occhi aperti il giorno dell’incontro con un mio simile! Di nuovo verso casa dopo avere fatto un’abbondante scorta di latte di capra, il mio preferito, ma nonostante tutte le cure continuo a mangiare con grande sforzo - il biberon mi frulla per la bocca e stento a deglutire il latte, mi ci vuole molto tempo e tutta la pazienza di Ma che mi tiene sulle gambe. Ho uno strano ronzio nelle orecchie, una cosa insopportabile, opprimente, scuoto la testa per liberarmene ma soprattutto non riesco a comunicare questo fastidio. Dopo qualche ora ho conosciuto Ba, l’altro umano che vive a casa mia. Ha i capelli corti e gli occhi azzurri, il suo nome è assolutamente impronunciabile per me, troppo gutturale, peggio del nome di Ma. Per i primi giorni ho dormito in casa - troppo piccolo e fragile per lasciarmi fuori - in una cesta piena di erba e paglia, molto comoda e fresca. Continuo a non stare bene a succhiare il latte con fatica, nonostante gli sforzi di Ma e Ba: il fastidio all’orecchio è aumentato a dismisura, quasi da impazzire, una vera e propria tortura! Ma si è accorta che mi è uscito un baco dall’orecchio - di nuovo dentro la scatola di latta e giù da l’umano vestito di verde che mi guarda da tutte le parti, infilandomi dentro le orecchie un visore con una luce in testa per esplorare ogni anfratto - fastidiosissimo: cavoli - dice Dado - ci sono dei vermi - le uova di mosca si sono dischiuse e c’è un gran tramestio come dentro il sacchetto dei pescatori. Carezze in abbondanza, parole dolci all’orecchio, Ma mi tiene per le gambe e Dado comincia frugarmi dentro l’orecchio con delle pinze lunghissime e inizia ad estrarmi quei bacarozzi uno ad uno: dopo un bel po’ di tempo, per me interminabile, finisce di strufugliarmi e il risultato finale sono una ventina di vermi che non sono più dentro di me grazie al Ba di Martina. Ritorno a casa dentro la scatola e comincio a mangiare, anzi a bere, attaccandomi al biberon e ingurgitando il latte di capra tutto di un fiato: inizio anche a pascolare nel giardino di casa addentando e ruminando germogli di rosa, del tenero trifoglio, delle foglioline di acacia buonissime e gustose, dell’insalata - meglio la romana - e qualche pezzetto di mela: Ba ha piantato in giardino diverse specie di insalate per variarmi l’alimentazione e io ne approfitto.
La mattina aspetto in giardino - ora dormo lì - insieme a Gugo e Silvestro l’apertura della finestra che annuncia il primo pasto del giorno: puntualmente Ba si affaccia, un breve saluto a tutti con la solita carezza e relativi complimenti – apertura della porta, entrata in casa. Tutti e tre siamo tremendamente affamati: i gatti miagolano, fanno le fusa, si strusciano alle gambe di Ba rischiando di farlo inciampare e infilano letteralmente la testa in frigorifero. Io non sono da meno, mordicchio i pantaloni a più non posso per farmi notare e non essere da meno. Gugo e Silvi mangiano per primi perché il loro cibo è subito pronto, mentre il mio latte va scaldato e messo nel bibe. Biberon pronto in mano a Ba e via in giardino a succhiare nel ciucciotto. Pochi attimi ed ho finito, mi sento meglio e soddisfatto. Vago in giardino alla ricerca di teneri germogli mentre Gugo e Silvestro vanno a dormire dopo una notte di baldoria. Io stesso non disdegno di intrufolami in casa appena posso e non visto per accucciarmi sotto il tavolo della cucina a ruminare. a pensare alla mia vita, a ciò che mi circonda e a filosofeggiare. Ma i problemi sono sempre in agguato poichè da lì a pochi giorni ho cominciato a sentirmi di nuovo male: la dissenteria, micidiale per i cuccioli di capriolo, si è impossessata di me a causa del poco latte materno che ho bevuto e quindi dei pochissimi anticorpi che mi sono stati trasmessi dalla mia mamma naturale. Le forze mi sono andate via, l’appetito è scemato nuovamente, ho iniziato a viaggiare tutti i giorni verso valle dal mio amico umano col camice verde, nella grigia scatola di latta camminante: Ba guida e Ma mi porta in braccio tutto avvolto negli asciugamani per ovvie ragioni - ripararsi dalle emissioni di un liquido verdastro!
Fine prima parte

04 agosto 2006

Il territorio e i suoi toponimi

Le categorie toponomastiche che interessano il territorio del Popolo di Quona.

L’origine dei toponimi è molto variegata: possono essere dei nomi presi da persone o famiglie spesso associati a prediali (poderi) o da mestieri; nomi presi da piante o da rilievi; nomi derivanti da corpi idrici o da condizioni morfologiche del terreno e dell’insediamento; termini dal significato essenzialmente fondiario come curtis, mansus, casa, podere; architetture – case, castelli, strade, ponti; dal nome di una divinità o con nomi religiosi di origine medievale (Pieve, Chiesa, Santi, ecc)
L’elenco sottostante non è affatto esaustivo, diversi dei toponimi non presenti in cartografia, definiti “scomparsi”, restano nella memoria popolare e nella tradizione degli abitanti del luogo, pertanto il lavoro successivo sarà quello di rendere più completo questo elenco. Diversi di questi nomi, pur non apparendo nelle cartograife più recenti, sono censiti nel repertorio dei beni culturali del Comune di Pontassieve.

Toponimi del 1784 confrontati con quelli odierni

San Giusto a Quona
1 - Quona - da Da Quona, Cuona, famiglia di origine longobarda; località conosciuta dai primi del ‘900 anche come Trentanove dal nome di uno scultore che vi risiedeva, probabilmente Gaetano Trentanove;
2 - Bossi (RPag) – Bossi, villa
3 - Cafaggio; termine di origine longobarda, dal germanico “gahaio”, “kahagio”, "cahago" ovvero "campo recintato, coltivato".terreno chiuso - Cafaggio di sopra e Cafaggio di sotto
4 - Casa Nuova
5 - Fosso delle Rogaie - da raggia, rovo, di derivazione longobarda razziam (graffiare)
6 - Fiocco – S oggi scomparso come toponimo possibile derivazione da flocus particella di lana, comunque legato alla tessitura, bioccolo di lana
7 - Fornace (RPag) da forno per la cottura dei mattoni e, forse, della malta - S
8 - Il Rocco - strumento di legno per la filatura della canapa, della lana ecc, o forma di torre
9 - Poggio Martini (RPag) - S
10 - Rio - Il Rio presente nel repertorio dei beni culturali, noto anche come mulinaccio del Rio
11 - Riuccio - S
12 - Salettera (RPag) presente nel repertorio dei beni culturali - possibile derivazione da salceto o saliceto, lat. salictum
13 - San Giusto (RPag) - Proprietà Monache San Clemente – ruderi della vecchia Chiesa. Il toponimo è legato anche alla Cappella (privata) a pochi metri dalla località "Fiocco" e al complesso colonico di "Quona" detto anche "Trentanove".
14 - Terra bianca - argilla bianchissima, caolino, utilizzato per la produzione di ceramiche e porcellane
15 - Torricella (RPag) - casa torrita

San Martino a Quona
16 - C. Bardellone - Lat. Bardelonem - larga sella, spec. di legno, con l’arcione anteriore molto alto, usata dai mandriani nella doma (da barda)
17 - Poggio Bardellone
18 - Bisastrico (RPag)
19 - Borro del Pelacane - probabilmente dal greco "pelacao" che indica lo scarnificare le pelli, prima operazione della concia, durante il medioevo si usava il tannino ricavato dalle ghiande di quercia, dalla corteccia di acacia
20 - Casa Nuova - Casa nova
21 - Casina - La Casina
22 - Casina dalle due porte (RPag), anche Bisindole (due ingressi) - S
23 - Castellare - Castello diruto, comunque sito castellare, piccola fortificazione; Podere Castellare
24 - Catese – Podere Catese
25 - Cerreto (RPag) - Bosco di cerri
26 - Cornacchiaia (RPag) - S per Repetti da cornoclario, altri dal lat. cornicula (cornacchia) recorniclam. Diversi toponimi in Toscana.
27 - Corte – Le Corti lat curtes, cohrtem, cohòrtem, luogo cinto
28 - Erchi, Villa Rossi (RPag) - Da nome di divinità del panteon greco-romano, Hercules, dove esse erano venerate in templa o in fana
29 - Faese - S non presente nel repertorio dei beni culturali
30 - Frugnole - Grande lanterna usata per la caccia o per la pesca notturna - Forma corrotta di fornuolo, essendo simile ad una bocca da forno. Frugnolare - andare a caccia di uccelli col frugnòlo. Strumento di ferro stagnato, entrovi una lucerna di terra, detta TESTO, o BOTTA: serve per far lume a chi va la notte, quando egli è buio, a trarre agli uccelli. S
31 - Guelfa - Podere Guelfa - possibile casa turritacon la merlatura in stile guelfo
32 - Guazzi - Luoghi pieni d’acqua, dove ci si può immergere; forma varia di guado – origine longobarda da wazzer- S presente nel repertorio dei beni culturali come P. Aguazzi
33 - Il Paretaio - da parete, a cui si equipari la rete, detta paratella. Quell’aiuola dove si distendono le reti per acchiappare gli uccelletti, che allettati dal canto degli uccelli prigionieri e dal saltare degli zimbelli (uccelletti di richiamo) si posano nel boschetto che sta in mezzo.
34 - Massa a Riccia - Origine medievale, longobarda; la terra massariccia era suddivisa in mansi,cioè poderi più piccoli con una casa, con un campo da coltivare e piccole vigne che venivano affidate ai coloni – Massariccia
35 - Mezzana (RPag) - di mezzo, dal lat. Medium
36 - Mezzanella - S
37 - Montevivaio o Monteviraio (RPag) - Ricettacolo chiuso, in cui si mantengono vivi gli animali o più comunemente pesci; luogo dove si trapiantano gli alberi tolti dal semenzaio - - S, inglobato da San martino a Quona - presente nel repertorio dei beni culturali come Monte Viraio - altre interpretazioni: passaggio di uccelli o verdeggiante.
38 - Navicello (RPag) Luogo di passaggio di un fiume dove ci si limitava al trasporto delle persone e delle merci con piccole barche - S oggi forse riconducibile al nome Nave a Rosano presente nel repertorio dei beni culturali
39 - Osteria del Gobbo (RPag) - Chiaramente prende il nome dalle caratteristiche fisiche di qualcuno che ha avuto a che fare con l’osteria - S oggi riconducibile ad un palazzo, in pessime condizioni di manutenzione, all’ingresso di Pontassieve che viene chiamato “il gobbo”
40 - Patrignoni - P. Pratignone presente nel repertorio dei beni culturali come Pratiglione
41 - Petraine, dal lat. petra, massa di pietre, luogo dove si cavano le pietre; confini di un popolo; o da praedium podere
42 - Pianottolo
(RPag)
43 - Poggincolle - P. Poggio al Colle
44 - Poggiali – I Poggiali
45 - Ponticello del Pelacane, prima pontaccio del Pelacane
46 - Ponte dei Veroni - S
47 - Ponte delle Sanguinaie - S
48 - Riminini
49 - Sanguinaie di Sotto e di Sopra (RPag) - presente nel repertorio dei beni culturali - probabilmente da sanguine o sanguinella o risanguine, pianta arborea. In passato, il legno bianco e resistente veniva trasformato in carbonella o forniva la materia prima per fabbricare ingranaggi per mulini e raggi per ruote. Dai frutti si estraeva olio per lampade e pigmenti per l’industria tintoria (colore porporino). Note anche virtù fitoterapiche.
50 - San Martino, Chiesa (RPag), San Martino era molto venerato fra i longobardi
51 - Sodi - Terreni non lavorati, contrario di dissodare – I Sodi
52 - Veroni (RPag) - deriva dalle lunghe terrazze sulle quali veniva essiccato il tabacco coltivato sulle sponde dell' Arno; loggia o sporto fuori le mura della casa poggiata su travi o pietra – I Veroni

Fonti:
Mappa del Paganelli 1774; popoli e strade della comunità di Pontassieve (1774); Storia e Cultura, cartografia Regione Toscana; Mappa catastale 1820; ricerche personali
Note:
RPag abbreviazione di Raffaello Paganelli - significa che il toponimo è presente sulla mappa del 1774;
S sta per scomparso, perlomeno dalla cartografia più recente, mentre diversi di questi nomi si ritrovano nel repertorio dei beni culturali del Comune di Pontassieve redatto dall’Ufficio di Piano in occasione del Piano Strutturale .